27 gennaio 2019 – Giornata mondiale dei malati di lebbra

Pubblichiamo l’articolo di fra Massimo Tedoldi OFM, Animatore provinciale delle missioni dei Frati del Nord Italia.

Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; apertolo, trovò il passo, dove era scritto: “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore”. Poi arrotolò il volume, lo consegnò all’-inserviente e sedette. Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di lui. Allora cominciò a dire: “Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi”.
Tutti gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca.

Pubblicazione1
Anche i nostri occhi sono invitati a fissarsi sul Signore Gesù, in questo oggi nel quale udiamo la sua voce proclamare l’Anno di grazia per tutte le categorie di poveri esistenti nel mondo: prigionieri, ciechi, oppressi, rifugiati e migranti, sofferenti delle svariate infermità e delle guerre.
La proclamazione di Gesù ha la sua formidabile eco nella creazione che, nonostante lo strangolamento operato dalla nostra dissennatezza umana, è come un canto pasquale che inneggia alla risurrezione; ha la sua eco, soprattutto, all’interno del cuore umano, dove freme l’anelito alla pace, l’intimo bisogno di cercare e trovare un senso pieno alla propria vita. Pace e senso, che hanno la loro fonte proprio in questo Signore Gesù, ricolmo dello Spirito santo, inviato dal Padre a rivestirsi della fragilità della nostra carne, per innestare dall’interno e dal profondo il vitale respiro di un futuro migliore.
Tra i tanti poveri che usufruiscono del lieto messaggio ci stanno anche i malati di lebbra, per i quali oggi celebriamo la 66.a Giornata mondiale, da quando il grande apostolo Raoul Follerau ha iniziato la poderosa battaglia contro le “lebbre” dell’indifferenza, dell’egoismo e dell’iniqua distribuzione delle ricchezze. Un’iniquità che alla fine fa star male tutti, e la cui cura sta nella condivisione, nell’aprire le mani all’accoglienza del vicino e del lontano. Il suo motto era: “Nessuno ha il diritto di essere felice da solo”. Aveva compreso il cuore del Vangelo, secondo cui la mia felicità sei tu a pro-curarmela, i miei malanni sei tu a guarirmeli. Nella mano chiusa, anche se tiene miliardi, non sta la felicità, nella mano aperta, anche se vuota, fiorisce la fecondità e germogliano le sorprese di Dio.
Anche noi, come cristiani, siamo insigniti dell’onore della stessa proclamazione di Gesù: annunciare, cioè, il lieto messaggio – il Vangelo di Gesù – al nostro mondo, da là dove viviamo fino agli estremi confini della terra. La nostra proclamazione è svolta dal pulpito della nostra vita, dove la voce diventa autorevole perché si esprime nella pratica di vita, nella testimonianza che è la carne della voce. Oggi in particolare la nostra testimonianza cristiana alza la sua voce profetica per denunciare la patologia dell’individualismo e del relativismo, per risolvere la mortifera logica della sperequazione economica. Il nostro essere profeti oggi vuole proclamare con coraggio la fraternità universale, la bellezza di condividere coi fratelli e le sorelle la gioia di avere un Padre buono che nel suo Figlio ci annuncia il lieto messaggio della vita e dell’amore.
Gesù nella sua vita terrena ha incontrato i malati di lebbra. Sentiamo il racconto che i tre Evangelisti sinottici ci presentano: Venne da lui un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. (Mc 1,40-45 e passi paralleli in Mt 8 ,1-4 e Lc 5,12-15).
Com’è splendido questo racconto! Ci mostra il metodo di Gesù: – all’inizio accoglie e ascolta il lebbroso che lo implora in ginocchio, e il suo ascolto, prima che salire alla mente, scende e tocca il suo cuore tanto da fremere interiormente per la situazione di questo povero scomunicato dagli uomini e – secondo la tradizione – scomunicato anche da Dio, – poi stende la mano e lo tocca, infrangendo la legge del tempo che vietava di toccare un lebbroso, per non prendersi a sua volta l’impurità. Del resto anche il lebbroso aveva agito contro il divieto della legge, che impediva di avvicinarsi agli altri. E’ interessante questo incontro tra due “fuorilegge”, che inaugurano la nuova legge evangelica! – infine Gesù apre le sue labbra e dice: “Lo voglio, guarisci!”. La forza delle sue parole è talmente sanativa da guarire il lebbroso. Il contagio cambia direzione, va da Gesù al lebbroso, portandogli il recupero della salute. – Chiediamoci: perché non fare nostro il metodo di Gesù? Accogliere l’altro con cuore aperto, ascoltare con attenzione empatica, coinvolgersi interiormente, entrare in contatto diretto e pratico, pronunciare parole di vita.
Questo metodo di Gesù ha caratterizzato nei secoli anche i nostri frati. Per stare alla storia recente e alla porzione geografica della nostra Provincia di Frati minori del Nord Italia, notiamo come sia persistente una calamita tra i lebbrosi e i frati.
“Se siete i figli di san Francesco, allora venite qui, dove ci sono tanti lebbrosi che hanno bisogno di voi”, si rivolse quasi 50 anni fa un vescovo africano del Burundi. Sapeva bene che in un certo senso la fecondità della famiglia francescana era nata da quel bacio che san Francesco diede al lebbroso.
Da quasi 70 anni, uno sciame di frati volò dalla Cina, dove si curavano di un grande lebbrosario, fino alla Guinea Bissau, creando per gli Hanseniani il più grande centro della regione. E proprio qui nel 1997, san Giovanni Paolo II volle recarsi per la Giornata mondiale dei malati di lebbra, lasciando un impegnativo messaggio, quello di fare noi ciò che avrebbe voluto fare lui stesso.
In Corea, il lebbrosario di Sanchong è stato una grande famiglia per migliaia di Hanseniani. I frati, dopo aver costruito la grande struttura di accoglienza per i malati, hanno voluto erigere un ponte per unire il Villaggio al resto della città, come a voler ristabilire un contatto vitale con tutta la popolazione, per esorcizzare l’isolamento dei lebbrosi.
Così in altre parti del mondo, i nostri frati si sono lasciati attrarre dalla forza di quelle piaghe per andare a stendere la mano e toccare il male, proprio come Gesù, e guarirlo con la forza dell’amore. I figli di san Francesco in tal modo hanno proclamato l’Anno di grazia del Signore, e lo hanno fatto portando nel cuore e nelle mani la generosità di tanti cristiani che hanno voluto partecipare a questa luminosa catena di solidarietà e carità. In questi decenni, quanta generosità da parte dei fedeli cristiani! Come non ringraziare tanti e tanti benefattori?
Ecco perché ancora oggi vogliamo celebrare la Giornata mondiale per questi fratelli e sorelle afflitti dal male della lebbra. Per riconoscere nei loro volti, spesso disintegrati dal morbo, il volto di Gesù. Per dire loro che non sono degli scomunicati da Dio e dalla comunità umana. Per aprirli al sorriso della speranza, della guarigione, del ritorno a una vita dignitosa.
Una volta, in un villaggio di lebbrosi, uno di loro, suonando come poteva uno strumento musicale, improvvisò una canzone diretta ai frati: “Voi missionari ci avete portato il Paradiso”. E’ proprio il Paradiso promulgato dall’Anno di grazia del Signore, dove il lieto annuncio diventa concretezza di vita, di speranza. Diventa l’annuncio-carne dell’amore.
fra Massimo Tedoldi OFM
Animatore prov. delle missioni

Pubblicazione1