L'identità clariana

L'identità clariana

Il carisma di Chiara d'Assisi

Si può parlare di un carisma di Chiara? Non è quello di Francesco, da lei ricevuto e vissuto? Tenendo ferma la mediazione del poverello e la coscienza della sua pianticella: l’altissimo Padre celeste, per sua misericordia e grazia, si degnò di illuminare il mio cuore perché, per l’esempio e l’insegnamento del beatissimo padre nostro Francesco facessi penitenza1, crediamo possibile affermare che la sequela di Cristo, iniziata in San Damiano, presenta caratteristiche specifiche. Non ci riferiamo soltanto al dato di fatto di una vita ritirata, che ha assunto nel cammino una connotazione specificamente claustrale2, e allo stile tipicamente femminile nel vivere il santo Vangelo. Possiamo affermare senz’altro che Chiara è interprete di Francesco. E’ infatti vissuta ancora ventisei anni dopo la sua morte, in cui ha visto notevoli cambiamenti nella Chiesa e nell’ordine dei minori ed è stata capace di rendere concreta l’intuizione del padre in un momento storico diverso.
La sua specificità però va cercata altrove. Premettiamo che la novità francescana e clariana si situa nell’alveo delle forme di sequela Christi proprie della tradizione della Chiesa. Alcuni aspetti della spiritualità di Francesco e Chiara, considerati in passato originali, in realtà derivano dai Padri, dal monachesimo occidentale, come lo sguardo al mistero del Natale3, o da quello basiliano4, come lo stile fraterno del servizio dell’autorità. In molti casi ci troviamo di fronte a un nuovo modo di attuare qualcosa di antico.
Occorre ancora premettere che faremo riferimento soprattutto agli scritti della pianticella, tenendo presente la chiave mistica, senza ricorrere a definizioni e parametri attinti da relazioni o trattati appartenenti a mistici vissuti qualche secolo dopo5.

Lesperienza di Dio

La singolarità di Chiara, come quella di Francesco , va cercata nella sua esperienza di Dio, solidamente ancorata alla Parola pregata nella Liturgia della Chiesa e alimentata la lunghe ore di dialogo silenzioso con il TU . Ha all’origine lo stupore di fronte alla grandezza di Dio che, per amore di ogni sua creatura, si fa piccolezza, debolezza, povertà in Gesù Cristo, fino alla nudità della croce: il Signore Gesù Cristo, in cui potere erano e sono il cielo e la terra, il quale disse e tutto fu creato (Sal 32,9; 148,5), si degnò più di ogni altro di abbracciare! (la povertà). Disse egli infatti: Le volpi hanno le tane e gli uccelli del cielo i nidi, mentre il Figlio dell’uomo, cioè Cristo, non ha dove posare il capo (Mt 8,20), ma chinato il capo rese lo spirito (Gv 19,30) .
Chiara sperimenta perciò la paternità di Dio come materna tenerezza che l’accompagna nel cammino della vita. Il Padre è il principio di tutto: ella vive questa realtà dentro alla sua storia, che ha una svolta decisiva quando accoglie la vocazione evangelica ascoltando Francesco. Allora è il Padre ad illuminare il cuore, riversando in noi la luce della sua grazia. E’ lui il nostro Donatore, il Padre delle misericordie (2Cor 1,3), dal quale ricevemmo ed ogni giorno riceviamo (immensi doni), per i quali dobbiamo maggiormente rendere grazie allo stesso glorioso Padre .
Tra questi doni la madre delle sorelle povere considera specialmente la nostra vocazione, con la certezza di essere il suo piccolo gregge (cf. Lc 12,32), che il Signore e Padre generò nella sua santa Chiesa con la parola e l’esempio del beatissimo padre nostro Francesco, per seguire la povertà e l’umiltà del suo Figlio diletto e della gloriosa vergine, sua Madre . Chiara vede un Padre che provvede, si prende cura; la sua è un’esperienza continua che dà pace anche nell’ora della morte, come si comprende dalle parole alla sua anima: colui che ti creò, innanzi ti santificò; e dopo che ti ebbe creata, mise in te lo Spirito Santo e sempre ti ha guardata come la madre il suo figliolo che ama . L’atteggiamento della morente svela l’interiorizzazione profonda, divenuta contemplazione mistica, del salmo tante volte pregato nella Liturgia delle Ore: Io sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è l’anima mia (Sal 130,2).
Chiara si consegna al Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra tribolazione (2Cor 1,3-4). Lo stesso Padre, chino sulla debolezza di creature sempre tentate di cedere al male, all’egoistico ripiegamento su di sé, è la consolazione. Affidandosi a lui con l’abbandono fiducioso dei piccoli, Chiara la vive in pienezza, non come semplice rassegnazione o conforto, ma come uno stare bene in lui , che niente può scalfire. Ricordiamo le sue parole nel cuore della Forma di vita, riprese nel Testamento: non ricusavamo nessuna indigenza, povertà, fatica, tribolazione, o ignominia e disprezzo del mondo, anzi, al contrario li ritenevamo grandi delizie .
La madre delle sorelle povere ricorda agli inizi di San Damiano un atteggiamento che l’ha accompagnata per tutta la vita. Non è masochismo il suo, ma caratteristica filiale di un cammino immerso nel disegno del Padre sui passi del Figlio diletto: siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti (Mt 5,45). La misericordia del Padre è pure la sua perfezione, che si rivela nell’amore verso tutti. Chiara vede Agnese resa amorosa imitatrice (cf. Ef 5,1) del Padre perfetto (cf. Mt 5,48) e la concretezza di tale imitazione la conduce a indicarne il vertice nell’unico capace di imitare il Padre: il Cristo pove-ro , che per amore dona la vita sulla croce.

La sequela di Cristo Povero

Siamo giunti così al cuore del carisma di Chiara: la sequela di Gesù Cristo, di cui è parte essenziale il suo atteggiamento filiale, appreso soprattutto dalla contemplazione amorosa del Figlio, specialmente attraverso il Vangelo. Nella Lettera seconda ad Agnese ne troviamo una sintesi mirabile: abbraccia, vergine povera, Cristo povero. Vedi che egli si è fatto per te spregevole e seguilo, fatta per lui spregevole in questo mondo (cf. Gv 12,25; 1Gv 4,17). Guarda, o regina nobilissima, il tuo sposo, il più bello tra i figli degli uomini (Sal 44,3), divenuto per la tua salvezza il più vile degli uomini, disprezzato (cf. Is 53,3), percosso e in tutto il corpo più volte flagellato, morente tra le angosce stesse della croce: guardalo, consideralo, contemplalo, desiderando di imitarlo .
Il linguaggio, tipico delle Lettere ad Agnese, è nuziale , segno della mistica comunione con Gesù Cristo, ma il dinamismo di questo lasciarsi amare conduce alla sequela del Crocifisso . Chiara ha presente tutto il mistero della discesa del Figlio di Dio nella nostra carne: il suo farsi piccolo bambino bisognoso di tutto, la condivisione della condizione umana, il peregrinare per le strade della Palestina, ma nella contemplazione e nella vita si colloca dentro il mistero della Pasqua. La sintesi della sua spiritualità è nel continuo sguardo al Crocifisso risorto in cui tiene sempre unite due dimensioni per lei inseparabili:
1. La povertà – umiltà, che abbraccia tutto il cammino di abbassamento di Gesù Cristo: per amore di quel Dio, che povero fu posto nella mangiatoia (Lc 2,12), povero visse nel mondo e nudo rimase sul patibolo, al suo piccolo gregge (cf. Lc 12,32), che il Signore e Padre generò nella sua santa Chiesa con la parola e l’esempio del beatissimo padre nostro Francesco, per seguire la povertà e l’umiltà del suo Figlio diletto e della gloriosa vergine, sua Madre, faccia sempre osservare la santa povertà . Supplicando la madre Chiesa, Chiara esprime la propria consapevolezza di una missione sua e delle sorelle, che si concretizza in nella amorosa sequela del Figlio diletto povero e umile, fino alla nudità della croce.
2. L’ineffabile carità è inscindibilmente unita alla povertà umiltà, tipica del Figlio interamente affidato nelle mani del Padre: Alla fine dello stesso specchio contempla l’ineffabile carità, per la quale volle patire sull’albero della croce e su di esso morire della morte più vergognosa. Perciò lo stesso specchio, posto sul legno della croce, ammoniva i passanti a riflettere su queste cose, dicendo: «O voi tutti che passate per via, fermatevi e guardate se c’è un dolore simile al mio dolore» (Lam 1,12); rispondiamo con una sola voce, con un solo spirito, a lui che grida e si lamenta (cf. Ez 27,30): «Sempre l’avrò nella memoria e si struggerà in me l’anima mia» (Lam 3,20). Lasciati dunque accendere sempre più fortemente da questo ardore di carità, o regina del Re celeste! .
C’è qui la risposta corale, non solo della scrivente e della destinataria, ma delle sorelle povere nel loro insieme, alla vocazione di conformità a Cristo povero in un amore come il suo, che si dona gratuitamente e senza riserve, espressa con la modalità tipica di Chiara: è lo specchio , che animandosi si identifica con il Crocifisso. Il riferimento biblico da cui l’immagine è tratta, dà la chiave per comprenderne il senso: E poiché egli (l’Agnello immacolato) è splendore della gloria (Eb 1,3), candore della luce eterna e specchio senza macchia (Sap 7,26), guarda ogni giorno questo specchio . E’ evidente che si tratta della sapienza venuta nella nostra carne , che la madre delle sorelle povere contempla nella povertà dell’incarnazione, nell’umiltà della vita di Gesù di Nazaret e abbraccia crocifissa.

La via della Sapienza

L’identificazione della sapienza con la povertà, già attuata da Francesco e cantata nel Sacrum commercium , è vissuta in tutte le sue conseguenze da Chiara. E’ innanzi tutto la modalità della sua contemplazione: Poni la tua mente (cf. Mt 22,37) nello specchio (cf. Sap 7,26) dell’eternità, poni la tua anima nello splendore della gloria (cf. Eb 1,3), poni il tuo cuore nella figura della divina sostanza (cf. Eb 1,3) e trasformati tutta, attraverso la contemplazione, nell’immagine (cf. 2Cor 3,18) della sua divinità .
Il suo porsi è uno stare stabilmente, che attua la preghiera continua vivendo nella Sapienza fatta carne il comandamento dell’amore: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente (Mt 22,37). Tale atteggiamento coinvolge l’intera vita, di cui Dio è il centro, l’origine, il fine, la speranza futura. Così lo specchiarsi nella Sapienza, attraverso un itinerario verso la contemplazione, che è anche una modalità di lectio , al di là della mistica comunione con Cristo, anzi proprio per l’intensità di questa, conduce ad apprendere la dinamica pasquale, il mistero di un morire che ha in sé il germe della vita, di un donarsi che svela la bellezza sconosciuta racchiusa nell’amore gratuito.
Il comportamento quotidiano è poi conseguenza del collocarsi nel TU divino. Da qui deriva la lettura sapienziale di ogni gesto e realtà della vita. Chiara ne offre le coordinate essenziali nella Lettera terza in cui gioisce per il cammino di Agnese: ti vedo infatti soppiantare in modo terribile e impensato le astuzie dello scaltro (cf. Gen 3,1) nemico, la superbia che è rovina dell’umana natura e la vanità che infatua i cuori degli uomini, sostenuta, per così dire, da una mirabile prerogativa di sapienza della bocca di Dio stesso; e ti vedo abbracciare con l’umiltà, la forza della fede e le braccia della povertà il tesoro incomparabile, nascosto nel campo (cf. Mt 13,44) del mondo (cf. Mt 13,38) e dei cuori umani, col quale si compra colui che dal nulla fece tutte le cose (cf. Gv 1,3) .
L’opera della Sapienza in Agnese è vittoria su quanto, rinchiudendo in sé stessi, allontana da Dio: il richiamo allo scaltro nemico riporta alla radice di ogni tentazione, alla volontà di non servire il Signore; la superbia ne è il risvolto interiore più persistente; la vanità poi ne è la conseguenza, perché rincorre l’effimero perdendo di vista l’unico Bene. Nella lotta, che caratterizza il cammino umano, il segreto per camminare sulla via della vita consiste nell’abbracciare il tesoro, cioè la sapienza. L’umiltà, che riconosce la propria piccolezza davanti al Creatore; la forza della fede, che non perde mai di vista l’amorosa confidenza nel Padre; le braccia della povertà, libere da ogni attaccamento per stringere il tesoro, sono le modalità concrete del sostegno costante della sapienza della bocca di Dio stesso .
Nel continuo sguardo alla Sapienza crocifissa si lascia agire lo Spirito, che avendo chiamato a vivere la perfezione del santo Vangelo, compie pian piano la sua santa operazione , spogliando da ogni possesso. La povertà materiale, rinuncia ai beni attuata da ogni sorella e dalla sororità in quanto tale, è il punto di partenza da non perdere di vista. Non è aspetto marginale, ma condizione per vivere nella concretezza l’abbandono fiducioso alla Provvidenza; per accogliere tutto in rendimento di gra-zie dalle mani del Padre; per restituire con la cooperazione del Signore il talento moltiplicato ; per puntare verso l’essenziale senza non disperdersi in affanni e ricerca di sicurezze terrene.
La mancanza di beni acquista senso se vissuta alla scuola della Sapienza, con la forza della fede già sottolineata, e porta con sé un cammino di povertà interiore, di cui Francesco traccia le linee evangeliche nelle sue Ammonizioni, che in Chiara si rivela nella sequela: vedi che egli si è fatto per te spregevole e seguilo, fatta per lui spregevole in questo mondo . Il farsi spregevole come Cristo, al di là del porsi tra gli ultimi, quelli che non contano nella società e nella Chiesa, che non vantano privilegi, se non quello di non averne , del ritenersi tali nell’ambito della sororità, comporta il progressivo superamento della ricerca di gratificazioni, di approvazioni, di consensi; un continuo rimettere al centro il Signore; la rinuncia alla volontà propria che si compie nell’obbedienza. La madre delle sorelle povere lo esprime con forza: le sorelle che sono suddite, si ricordino che per Dio rinunciarono alla propria volontà. Perciò voglio che obbediscano alla loro madre, come spontaneamente promisero al Signore . L’essere sottomesse, come Gesù nella sua vita terrena, esprime la condizione della creatura consapevole di ricevere tutto da Dio, che rinnega quella volontà egoistica tendente ad opporsi al disegno di Dio. Ponendosi sulla Via, e per noi il Figlio di Dio si è fatto via (cf. Gv 14,6) , si scopre che il cammino, mai concluso, conduce alla nudità della croce.
Tuttavia non è scoraggiante, perché lo Spirito dona la sua illuminazione per fare penitenza, cioè per lasciarsi convertire; per conoscere la vera letizia spirituale alla scuola della Sapienza crocifissa. Ma non basta: l’operazione dello Spirito accende sempre di più nell’amore: lasciati dunque accendere sempre più fortemente da questo ardore di carità, o regina del Re celeste. Ed è la fiamma stessa dell’ineffabile carità, per la quale volle patire sull’albero della croce e su di esso morire della morte più vergognosa a bruciare le resistenze dell’egoismo, a distogliere da ogni desiderio che non sia Dio o posto in lui.

Sorelle povere

Si comprende così il nome stesso voluto da Chiara per la sua sororità, che esprime il suo stile di vita: sorelle povere. Il binomio è un’unità inscindibile chiarita da quanto abbiamo detto finora. Queste donne povere, perché abbracciate a Cristo povero, contenendo colui dal quale tu e tutte le cose sono contenute (cfr. Sap 1,7), possedendo ciò che si possiede più saldamente rispetto agli altri possessi transitori di questo mondo ; perché figlie interamente consegnate al Padre delle misericordie, possono vivere come vere sorelle: E amandovi a vicenda nella carità di Cristo (cf. Rm 12,10; Ef 3,19), dimostrate al di fuori con le opere (cf. Gc 2,18) l’amore che avete nell’intimo, in modo che, provocate da questo esempio, le sorelle crescano sempre nell’amore di Dio e nella mutua carità .
La carità di Cristo, quella che l’ha portato fino alla morte di croce, nella quale ciascuna è immersa, dà tono e senso a un rapporto sororale tale da far crescere nella dinamica di un amore che unisce i due massimi comandamenti. La mutua carità, l’unità degli spiriti, si raggiungono nel perdono reciproco, nel prendersi cura le une delle altre, nelle decisioni comunitarie, perché al di sopra di tutto vi sia la carità, che è il vincolo di perfezione (Col 3,14) .
Tuttavia la novità di Chiara, anche rispetto a Francesco, è lo stile del servizio dell’autorità: ci troviamo di fronte a un fare insieme, a una condivisione di responsabilità e d’intenti che abbraccia tutti gli ambiti della vita. Nella Forma di vita e nel Testamento c’è un’espressione chiave: unita con le mie sorelle . Indica la partecipazione di tutte alle scelte che via via hanno plasmato la vita in San Damiano, indicate come stile per il futuro. Chiara ne ha espresso il cuore riportando le parole tratte dalla primitiva forma vitae di Francesco: poiché vi siete fatte figlie e ancelle dell’altissimo sommo Re, il Padre celeste e vi siete sposate allo Spirito Santo scegliendo di vivere la perfezione del santo Van-gelo, voglio e prometto da parte mie e dei miei frati di avere sempre di voi cura e sollecitudine speciale . Così nella dimensione trinitaria di un cammino contemplativo costituito dalla scelta di vivere la perfezione del santo Vangelo, che è abbracciare Cristo povero, nella totale docilità allo Spi-rito della Vergine Maria, con confidenza filiale, si comprende il vertice della povertà altissima e allo stesso tempo il senso dell’unità nella carità che affiora continuamente nella Forma di vita.
Perciò l’appartenenza totale a Dio (nell’essere sue ancelle come Maria, serve nel senso cultuale ed evangelico del termine, compiuta ogni giorno nell’interiorizzazione della Preghiera della Chiesa ; nel silenzio che mantiene alla sua presenza, nel lavoro che aiuta a non estinguere lo spirito della santa orazione e devozione al quale tutte le altre cose temporali devono servire ; in una povertà altissima che non vuol avere altro sotto il cielo se non Cristo , vissuta nell’angusto spazio di San Damiano) ha la bellezza e la gioia della comunione fraterna, di un clima che rende testimonianza concreta del santo Vangelo nella Chiesa e per la Chiesa.
Abbiamo presentato soltanto un abbozzo da sviluppare, che forse può indicare qualche pista concreta per oggi.

TestsC 24: FF 2831. Tutto il Testamento documenta la mediazione di Francesco: è lui la voce e il volto di cui Dio si serve per presentare a Chiara la vita evangelica.
Gli inizi di San Damiano si possono definire: vita eremitica fraterna. Le indicazioni date da Francesco ai frati che vogliono vivere negli eremi (FF 136-138), con tutta probabilità, hanno alla base proprio lo stile di Chiara e delle sue prime compagne. La crescita della sororità, con l’ingresso di sorelle, ha comportato maggiori strutture e un’impostazione più giuridica dell’abitare rinchiuse, ma non ha alterato lo stile di totale dedizione a Dio in grande comunione fraterna, come è attestato dalla Forma di vita di Chiara.
Cf. LECLERCQ J., La contemplazione di Cristo nel monachesimo medievale, Cinisello, San Paolo 1994. L’A. si riferisce a uno studio che documenta la devozione alla mangiatoia in cui fu posto il Bambino, con la presenza di una mangiatoia permanente a Roma in Santa Maria Maggiore nella prima metà del IX secolo. Tratta poi dello sguardo al mistero del Natale presente a Cluny, particolarmente accentuato negli scritti dell’abate sant’Odilone del X secolo.
Cf. LOZANO J. M., La sequela di Cristo, p. 228-231. Il legame con la spiritualità dell’oriente cristiano è più vasto. Accenniamo soltanto al predominio del cuore (inteso in senso biblico) sull’intelligenza.
L’esperienza mistica viene definita in modi diversi dalle varie correnti spirituali. Secondo la linea carmelitana, prevalente in occidente, si tende a non considerare mistici Francesco e Chiara, che non hanno narrato le loro esperienze, affioranti però nei loro scritti e documentate in parte dalle biografie. Altri considerano specificamente «cristiana» la mistica dell’incarnazione, attenta a ogni creatura, tipica di Francesco e di Chiara, ponendoli anzi alle vette di una mistica esperienza fondata sul Vangelo. Cf. RUHBACH G., SUDBRACK J. (a cura), I grandi mistici, Bologna, EDB, 1987, p. 185.
Cf. FRANK I. W., Francesco d’Assisi, Domande a una risposta, Padova, Messaggero, 1996, spec. p. 32-33.
Cf. il nostro articolo La Scrittura in Chiara, in Vita Minorum 6, 2003.
1LAg 17-18: FF 2864.
TestsC 2: FF 2823.
TestsC 46: FF 2841.
Proc 3,20: FF 2986; 11,3: FF 3082. La dimora dello Spirito è la modalità concreta della quotidiana esperienza della materna tenerezza del Padre. Nel Processo si possono trovare continue conferme a quanto verremo esponendo.
1LAg 35: FF 2870. Si spiega così la gioia, nota dominante in Chiara.
TestsC 27-28: FF 2831; RsC 6,2: FF 2788.
2LAg 4: FF 2872.
Lo sguardo a Cristo povero è presente nel medio evo, attestato ad esempio in sant’Oddone di Cluny. Il papa san Gregorio VII (XI secolo), rivolgendosi a Ugo, abate di Cluny, gli chiede di pregare perché Gesù, povero, per mezzo del quale tutto è stato fatto e che tutto governa, gli venga in aiuto. Cf. LECLERC, La contemplazione…, p. 100-102.112. Chiara non scrive mai Gesù solamente, ma il concetto espresso nel passo citato ha un contenuto simili a certe sue espressioni.
2LAg 18-20: FF 2878-2879.
Cf. nostro articolo: Il Cantico dei Cantici in Chiara d’Assisi, in Vita Minorum 1, 2004.
Cf. nostro articolo: Chiara e il Crocifisso, in Vita Minorum 2, 2004.
TestsC 45-46: FF 2841.
4LAg 23-27: FF 2904-2905.
L’immagine dello specchio applicata a Cristo appartiene alla tradizione della Chiesa, ma Chiara se ne appropria con modalità particolari.
4LAg 14-15: FF 2902.
Cf. nostro articolo: Il femminile in Francesco e Chiara, in Vita Minorum 4, 2003 ; L’amore della Sapienza è caratteristico del monachesimo medievale, cf. DAVY M.-M., Iniziazione al Medio Evo, Milano, Jaca Book, 1981. Chia-ra gli ha dato un’impronta nuova.
L’inizio della Lettera agli Ebrei qui richiamato viene letto nella liturgia di Natale.
In Fonti Francescane p. 1285-1314.
3LAg 12-13: FF 2888.
2LAg 19-20: FF 2879; 4LAg 19-27; Cf. Nostri articoli: Chiara donna della preghiera, in Vita Minorum 4, 2003; La Scrittura…
3LAg 6-7: FF 2885. La lettura sapienziale ha in sé anche la dimensione ascetica del cammino.
Chiara ha in mente la prima delle antifone che preparano al Natale: O sapientia; è chiaro perciò che nel riportare le parole della Scrittura, pensa al Figlio di Dio venuto nella nostra carne.
2LAg 14: FF 2876; Attendano a ciò che sopra tutto devono desiderare, ad avere lo Spirito del Signore e la sua santa operazione, Rb 10,8: FF 104; RsC 10,9: FF 2814.
TestsC 18: FF 2828. Riferendosi alla parabola dei talenti (cf. Mt 25,15-23), Chiara considera la risposta alla vocazione come una restituzione a Dio del dono ricevuto, indicando così come niente è possesso personale, ma tutto viene da lui per produrre frutto in noi.
2LAg 19: FF 2879. Ha qui la sua radice anche l’atteggiamento di servizio molto accentuato in Chiara, in un’ottica di sequela di Cristo servo.
E’ il cosiddetto Privilegio di povertà, tenacemente voluto da Chiara per aderire in tutto alle orme (cf 1Pt 2,21) di colui che per noi si è fatto povero (cf. 2Cor 8,9), e via e verità e vita (Gv 14,6), nell’abbandono totale alla Provvidenza: colui che nutre gli uccelli del cielo e veste i gigli del campo (Mt 6,26-28), non vi farà mancare il vitto e il vestito, Priv 3.6: FF 3279.
TestsC 67: FF 2849. Anche la clausura è vista da Chiara in un’ottica di povertà.
TestsC 5: FF. Il tema della via, dell’andare, percorre tutto il Testamento e ne indica l’impostazione sapienziale.
4LAg 27.23: FF 2905- 2904.
3LAg 26: FF 2893.
TestsC 39-40: FF 2847.
RsC 9,7-11; 4,22; 10,7: FF 2803; 2781; 2810.
una cum sororibus meis, RsC 6,1.10: FF 2787.2791; TestsC 25 (una cum paucis sororibus): FF 2831; RsC 1,4: FF 2752 (una cum sororibus suis).
RsC 6,3-4: FF 2788. Non sottovalutiamo l’importanza della dimensione mariana (cf. UffPass Ant: FF 281), che non è soltanto devozione, ma sequela strettamente unita a quella del Figlio e neppure il rapporto con i frati minori, segno dell’unità spirituale, necessario all’aiuto reciproco (TestsC 48-51: FF 2842).
Chiara si definisce sempre così nel suo rapporto con Cristo e con le sorelle.
RsC 3,1: FF 2766.
RsC 5,1-4: FF 2783.
RsC 7,1-2: FF 2792.
RsC 8,6: FF 2795.