Storia delle Clarisse in Lombardia

Radici

Storia delle Clarisse in Lombardia

Le origini

Gli inizi della presenza del II Ordine francescano in Lombardia si possono indicare con una notevole sicurezza attraverso i documenti di archivio che sono sopravvissuti a tutte le alterne vicende della storia. Così è consentito fissare il 1223 come momento certo della nascita in Milano del primo monastero di quello che allora veniva chiamato ordine di S. Damiano.

È infatti rimasto un documento che attesta l’acquisto di un terreno al fine di costruire l’edificio in cui la nuova comunità doveva dimorare. Questo dato fa supporre che un gruppo di donne desideroso di abbracciare lo stile di vita in povertà che appunto si viveva nel monastero di San Damiano in Assisi, si fosse già formato e vivesse in una dimora provvisoria.

Non ci è dato di sapere come le giovani I riunite da un unico ideale siano venute a conoscenza della nuova forma di sequela di Cristo abbracciata da Chiara e dalle sue compagne. È facile supporre che sia stata la predicazione dei frati minori ad accendere nei loro cuori il desiderio di imitare le donne della valle spoletana.

Non possiamo dirlo con certezza perché la prima dimora stabile dei francescani in Milano è databile soltanto nel 1224! Questo fissarsi sui dati certi, stabiliti dalle “pietre”, non ha in realtà molta importanza: i primi compagni di Francesco infatti sono predicatori itineranti, non hanno conventi e percorrono l’Italia annunciando il Vangelo della pace e della penitenza.

Risulta quindi arduo verificare “dove” e “quando” sono passati!

Inoltre in quasi tutte le città lombarde è i viva la tradizione di un incontro con il Poverello: è difficile confermare o smentire le sue visite in un luogo piuttosto che in un altro, anche perché in quell’epoca la (“Lombardia” comprendeva praticamente atta l’Italia settentrionale.

Ci sembra molto probabile che sia giunto a Milano e con la sua parola semplice e ardente abbia infiammato i cuori di tanti giovani e ragazze. Più in là non possiamo andare, se non vogliamo inventare. Dobbiamo pure tenere presente che la regione e principalmente la città, grande anche all’epoca fatte le debite proporzioni, oltre ad essere un “covo di eretici”, effetto di una sete di rinnovamento non equilibrata, è pervasa da fermenti evangelici caratterizzati soprattutto dal desiderio di una vita povera.

In questo quadro generale, al quale dobbiamo aggiungere le lotte tra le diverse fazioni comunali sfociate in una vera guerriglia urbana, che rendono particolar-mente inquieta e instabile la vita cittadina, dobbiamo collocare la presenza del gruppo. di donne che vogliono abbracciare la sequela di Cristo povero e umile.

Conosciamo il nome della prima abbadessa, sora Jacopa, che qualche studioso ha identificato con la compagna di Agnese, sorella di Chiara, giunta con lei da Assisi nel monastero di Monticelli di Firenze, da dove poi sarebbe passata a “informare”, cioè iniziare alla nuova forma di vita quello di Milano, aiutata da un gruppetto di sorelle fiorentine.

L’ipotesi è molto bella e ci piacerebbe tanto che fosse vera. Non esistono documenti che provino il legame diretto con San Damiano e non sappiamo se il monastero di S. Maria in S. Apollinare, così denominato dalla chiesa presso la quale verrà edificato, ha avuto contatti con Chiara e la sua fraternità.

Dall’ampio archivio del monastero si può soltanto dedurre un interessamento dell’arcivescovo Enrico Settala, che nel 1224 dona alla nuova comunità la chiesa presso la quale sta sorgendo. Egli però è mosso da un altro personaggio che sta più in alto di lui e che si prenderà sempre cura in modo particolare del monastero. Si tratta del cardinale Ugolino, legato apostolico in Lombardia, che ha ricevuto dal Papa il mandato di occuparsi dei gruppi di donne che danno vita a monasteri im-prontati a una assoluta povertà.

Sono rimasti alcuni scritti da lui indirizzati alle sorelle di S. Apollinare che attestano la sua premura paterna verso la comunità.

A questo punto occorrerebbe affrontare un discorso molto impegnativo su quello che nel suo sorgere viene chiamato ordine di S. Damiano. Ugolino, poi Gregorio X, lo considera il “suo” ordine e in gran parte è stato animato e indirizzato da lui, soprattutto attraverso le “Costituzioni ugoliniane”. Di che natura è il rapporto tra pesti monasteri e il movimento francescano? In particolare in che misura nel loro stile di vita ci si ispira alla “forma di via” di S. Damiano?

Sono domande alle quali è difficile rispondere, o meglio si possono dare risposte alquanto diverse. Il tentativo di ricondurre i singoli monasteri a un’origine comune dalla comunità di Assisi, che ritroveremo in altri casi nella stessa Lombardia, nasce dal desiderio di cercare un’unità che probabilmente non è mai esistita. )’altra parte, il ritenere che S. Damiano è n caso a parte e tutti gli altri monasteri ano nati dall’interessamento di Ugolino, on risponde alla verità storica.

Basta leggere il processo di canonizzazione di Chiara per rendersi conto che le sorelle vanno in altri monasteri, soprattutto in Umbria e in Toscana, per informare; comunità nate spontaneamente, come Monticelli di Firenze, o che desiderano passare da un altro ordine allo stile di S. Damiano.

Esistono dunque contemporaneamente Monasteri “ugoliniani” accanto ad altri più specificamente clariani. La situazione però è più complessa, perché occorre tenere conto della predicazione dei frati minori e del loro coinvolgimento diretto in alcune fondazioni: in qualche caso (come Compersito nelle Marche) la spinta a iniziare il monastero viene addirittura da Francesco. Questo rapporto con la comunità maschile contribuisce a rendere vivo il carisma francescano nelle fraternità femminili. In S. Apollinare troviamo una singolare aumentazione di tutti i passaggi avvenuti nell’ambito dell’ordine di S. Damiano, fino all’obbligo di adottare la Regola di Urbano IV del 1263. Può quindi essere considerato un caso “tipico” per comprenderne l’evoluzione. C’è un inizio nella povertà assoluta, in cui è sottolineata esplicitamente l’osservanza della forma di vita di San Damiano, che non va identificata semplicemente con le “Costituzioni ugoliniane”, come si comprende bene studiando i documenti relativi a Monticelli di Firenze. Non siamo più in grado di determinarla con certezza, a meno che non si tratti semplicemente del biglietto di Francesco che Chiara inserirà nella sua Regola.

Nella comunità milanese ci sono difficoltà di sopravvivenza molto gravi, dovute al fatto che le lotte cittadine non danno alla gente la necessaria tranquillità per rendersi conto della presenza delle sorelle “recluse”. Perciò il pontefice emana numerose “bolle” in loro favore, che però non vengono rispettate, così si trovano sempre nell’indigenza, si giunge infine all’atto papale che le dispensa dal “non possedere”, che è la caratteristica fondamentale dell’Ordine, per la quale Chiara sta lottando e continuerà a farlo per tutta la vita.

In realtà la povertà splenderà sempre in S. Apollinare, perché i “possessi” rimarranno sulla carta e, nonostante i ribaditi inviti papali, non verranno eseguiti i passaggi di proprietà in favore della comunità che continuerà a crescere di numero. Uno di questi documenti contiene la singolare ac-cettazione della richiesta di non poter ricevere più di 70 monache! E tante sono verso il 1250. Un altro dato importante è la continua assistenza spirituale dei frati minori, che per un certo tempo si occuperanno anche degli affari economici del monastero, ma in ogni caso guidano le sorelle in una linea francescana! Il rapporto sarà favorito anche dal fatto che nel 1241 diventerà arcivescovo di Milano il francescano fra Leone da Perego. Abbiamo indugiato un po’ a parlare delle origini di questo primo monastero, non solo perché è sorto quando era ancora vivo Francesco, proprio nel tempo in cui egli stendeva la Regola poi detta Bollata, in quanto approvata dalla Sede apostolica, ma anche perché ci da un’idea delle caratteristiche delle fondazioni lombarde di monasteri nel ‘200. Inoltre è il più documentato. Purtroppo non possiamo accedere al ricco archivio rimasto, così non siamo in grado di sapere se esiste qualche scritto che parli più direttamente della vita della comunità, che si è inserita pian piano nel tessuto cittadino e ha cominciato ad essere considerata luogo importante di preghiera e di intercessione dopo pochi decenni dalla fondazione.

I fermenti di vita evangelica sono parti-colarmente vivi tra le donne milanesi tanto che in pochi anni sorgeranno in Milano altre due comunità dell’ordine di S. Damiano, che però nel giro di un decennio verranno assorbite da S. Apollinare. Ma non basta: nascono anche gruppi di donne che si fanno chiamare “sorelle minori” e vogliono imitare da vicino la vita dei frati minori, ma tendono a identificarsi con lo stile ciarlano, senza vivere nella clausura che è elemento caratterizzante la forma di vita del nuovo ordine, detto anche delle “povere monache recluse”, fortemente accentuato nelle “Costituzioni ugoliniane”.

La lettera papale che si occupa di loro è rivolta ai ministri dei frati minori ed ha un tono decisamente dispregiativo verso queste “donnicciole”, come la definisce. Ingiunge ai frati di non occuparsi di loro perché offuscano l’ideale francescano! È difficile per noi che guardiamo le cose a otto secoli di distanza comprendere la realtà in tutte le sue sfumature, ma questo dato che si inserisce nell’ampio discorso del movimento religioso femminile del Medio Evo, ci rivela una delle tante facce della vivacità spirituale delle donne milanesi che nella seconda metà del duecento sfocerà apertamente in un’eresia, nella quale però non ci sono componenti francescane.

Al periodo iniziale dell’ordine di S. Damiano appartiene anche il monastero di Cremona la cui origine è fatta risalire al 1230. Ci troviamo ancora di fronte alla presenza di un legame diretto con S. Damiano. Secondo uno storico una nobile cremonese si sarebbe recata in Assisi per entrare a far parte della nuova fraternità iniziata da Chiara6. Il fatto non è impossibile: sappiamo che a qualche anno dalla fuga della figlia di Favarone, quando la comunità ha cominciato ad espandersi e ad essere conosciuta attraverso la predicazione dei minori, sono giunte donne da diverse parti d’Italia. Ce lo confermano anche le parole di Francesco cantate dai frati a consolazione delle sorelle addolorate per la sua malattia: Audite poverelle dal Signor vacate, ke de multe parte et province sete adunate…

Questa giovane sarebbe stata richiamata in patria dal suo vescovo per fondarvi un monastero nella “forma di vita” da lei abbracciata. Non siamo in grado di controllare la notizia, che confermerebbe un legame ispirazionale diretto tra Assisi e la nuova comunità di Cremona. Il monastero agli inizi è chiamato di “San Damiano”, proprio come quello di Assisi, ma presto sarà detto di s. Francesco in clausis.

I primi documenti sono del 1233, tra cui troviamo una bolla di Gregorio IX che pone la comunità cremonese sotto la sua immediata giurisdizione, come quella milanese. Segue lo stesso iter nei passaggi alla varie regole ed è luogo di povertà altissima e intensa ricerca del Signore. Nel 1255 dopo la canonizzazione della santa assisate in monastero si chiamerà di S. Chiara.

I pareri degli storici sulle origini del primo nucleo di damianite nella città di Bergamo sono discordi. Alcuni lo pongono nel 1230, epoca in cui i minori dimorano presso la chiesa di Santa Maria della Carità, ritenendo che un testamento del 1231 sia a favore delle sorelle: leggono infatti in questo senso un’espressione che si presta a diverse interpretazioni. Secondo altri i minori lasceranno alle monache quel luogo nel 1277, così soltanto in un’epoca vicina a questa data si può parlare della loro effettiva esistenza.

Non entriamo nel merito della questione, anche se le due datazioni rendono notevolmente diverso l’itinerario del gruppo. In ogni caso le notizie sono scarse, sappiamo soltanto che abbracceranno .a Regola di Urbano, guidate da due sorelle venute da Brescia, e più tardi cambieranno la denominazione in monastero li S, Chiara.

Più precise sono le indicazioni sul sorgere del primo monastero di Mantova, alle cui origini troviamo la donazione di un eremo allo scopo di edificarvi una casa per le donne povere dell’ordine di S. Damiano d’Assisi da parte di un terziario. Siamo nel 1237, mentre la bolla di fondazione è dell’anno seguente. Secondo il Wadding ad istruire le prime sorelle nella nuova “forma di vita” sarebbe venuta qui Agnese, sorella di Chiara.

Ci imbattiamo di nuovo nel problema che abbiamo già sollevato: sul legame tra

monasteri che sorgono e la comunità di i. Damiano. Non siamo in grado di provare le affermazioni dello storico, tanto più che diversi monasteri dichiarano di essere stati fondati dalla secondogenita di Favarone. Queste rivendicazioni sulle proprie origini non possono essere nate dal nulla! Tuttavia sappiamo troppo poco della vita li Agnese, che senza dubbio non è rimasta a Monticelli fino al 1253 e ha avuto un ruolo molto più importante di quello che i è noto nella diffusione del “carisma” clariano. Anche il monastero del Migliarino o del Teieto si chiamerà in seguito di S. Chiara.

A Pavia una comunità dell’ordine di S. Damiano nasce dalla volontà del papa Innocenzo IV, che ordina al vescovo della città di riformare il monastero delle Benedettine, rimaste soltanto in tre, facendo venire alcune sorelle da Piacenza.

La bolla porta la data del febbraio 1253, ma deve essere stata preceduta da altri approcci per arrivare a questo scopo. Il gruppetto di damianite giunge a S. Agata dove affronta notevoli difficoltà, perché le monache rimaste non vogliono accettare la nuova regola e nemmeno andare in un altro monastero del loro ordine.

La crescita della comunità procede lentamente, ma quando si sarà consolidata, rappresenterà un luogo importante nella vita cittadina, vitalmente presente non solo nella preghiera liturgica, ma anche con proposte semplici e concrete che favoriscono la devozione popolare nell’ambito della chiesa del monastero.

A Brescia il documento più antico che parla del monastero delle damianite è un breve di Alessandro IV del 1255, ma non si sa con precisione a quanto tempo prima risalga la fondazione di questo luogo conosciuto come “S. Chiara vecchia”.

Tutti i monasteri ai quali abbiamo accennato fino a questo punto (forse ad eccezione di quello di Bergamo che potrebbe essere posteriore) sono sorti durante la vita di Chiara (o tutt’al più subito dopo la sua morte come può essere il caso di Brescia) e hanno in comune il fatto di essere passati attraverso le varie regole, vivendo un certo rapporto con Assisi che non siamo in grado di definire, una tutela molto stretta da parte dei papi e una comunione spirituale intensa con i frati minori.

L'ordine di Santa Chiara

Dopo resistenze più o meno forti accettano la nuova Regola di Urbano IV, che contiene in sé gran parte delle Costituzioni ugoliniane mitigate con alcune indicazioni della Regola di Innocenze IV del 1247, a suo tempo rifiutata da tutti i monasteri, e qualche parte della Regola composta dalla stessa santa Chiara. Non siamo in grado di dire se le comunità lombarde sono a conoscenza dell’esistenza di questa Regola e della sua approvazione per il monastero di S. Damiano. Sappiamo che in qualche luogo vicino alla Lombardia, non solo è nota, ma è stata anche abbracciata da almeno una fraternità riuscita a mantenersi fedele all’ideale della povertà altissima. In ogni caso, in base alla Regola urbaniana, i monasteri vengono unificati secondo la nuova denominazione di ordine di S. Chiara e d’ora in poi le sorelle saranno comunemente chiamate “Clarisse”. La diffusione di questo testo è dovuta in gran parte al ministro generale dei frati minori, Bonaventura da Bagnoregio, e rientra in quel cammino di organizzazione e sistemazione dell’ordine secondo le direttive della Sede apostolica che egli ha operato. Ci troviamo di fronte a un “secondo ordine francescano” che attingerà la sua ispirazione spirituale soprattutto dalla predicazione dei frati e dalle “vite di Francesco”, per immergersi più tardi specialmente nei “fioretti”, mentre dalla propria regola ricaverà poche linee esplicitamente francescane, che si trovano nei brani tratti dalla Regola di S. Chiara. Sono comunità di oranti e di penitenti, immerse nel silenzio e in una vita regolare, di cui non possiamo dire molto. I monasteri che sorgono d’ora innanzi, fino a tutto il ‘300, ereditano questo stile e si inseriscono in una tradizione che in parte ha dimenticato le origini, anche se fa riferimento esplicito alla santa di Assisi. Possiamo dire qualcosa sulla spiritualità dei monasteri sul finire del ‘200, con speciale riferimento all’area milanese, guardando a un testo composto in questo periodo da un frate minore. Si tratta dello “stimulus amoris” di Giacomo da Milano. Non sappiamo se questo scritto è conosciuto direttamente dalle Clarisse. Ci pare però di poter affermare che le parole del francescano riflettono un clima spirituale caratteristico almeno degli ambienti legati all’ordine minoritico. L’intenso afflato mistico, vibrante d’amore e di compassione per Cristo Crocifisso, alimentato da una decisa e vigorosa vita ascetica, trovano senza dubbio il loro terreno più propizio e fecondo nei monasteri animati dalla “cura” dei frati, sostenuti dalla loro predicazione e direzione spirituale. Di questo ardore contemplativo si vive nelle lunghe ore di silenziosa orazione che segnano i giorni in Sant’Apollinare e negli altri chiostri clariani. Dopo l’approvazione della Regola urbaniana abbiamo la notizia degli inizi del monastero di S. Chiara in Como. Alcuni storici lo datano nel 1272, altri optano per il 1291-92. È però difficile stabilire con maggiore precisione le sue origini, che possono essere più antiche: una parte della costruzione risale infatti al XII secolo, il che fa pensare a una comunità preesistente, poi passata all’ordine di S. Chiara. Anche le indicazioni sulla regola professata sono incerte, si parla però di ordine di San Damiano e questo fa supporre una datazione più antica di quella comunemente ammessa, con un itinerario simile a quello già visto per altri monasteri. Nel secolo seguente sorgono poi: ne 1303 S. Chiara vecchia a Lodi; nel 1345 (secondo altri nel 1400!) S. Chiara a Crema dal quale avrà origine il monastero di Abbiategrasso; nel 1379 S. Chiara la Reale a Pavia, fondato da Bianca di Savoia; ne 1380 S. Lucia a Mantova, nato per l’impossibilità del monastero di Teieto ad accogliere tutte le giovani che desiderano far’ Clarisse.

Il ‘400 segna una nuova stagione ne cammino del secondo ordine francescano lombardo dovuta alla grande vitalità eh in questa regione ha avuto il movimento dell’Osservanza10, alimentata dal ripetuto passaggio di Bernardino da Siena e dei suoi compagni, tra i quali dimorerà a lungo in Milano Giovanni da Capestrano che a svolto un ruolo importante nel rinnovamento dei monasteri. L’Osservanza vuol tornare alle origini dell’ordine, rivivere la povertà e l’itineranza degli inizi e propone alle sorelle del secondo ordine di abbracciare la Regola di S. Chiara, quella che la santa ha scritto in piena sintonia con la spiritualità di Francesco e che è stata approvata per San Damiano, poi concessa ad alcuni monasteri che l’hanno esplicitamente richiesta, come Praga, ma non si è molto diffusa anche per le pressioni pontefice ad accettare quella di Urbano IV. Il non possedere nemmeno in comune è uno dei cardini di quell’abbandono nelle mani del Padre che a caratterizzato la Pianticella di Francesco e risponde pienamente alle esigenze della nuova primavera evangelica che pervade l’Italia. Il primo monastero investito da questo fermento è quello di Sant’Orsola a Milano sorto nel 1413 per il passaggio di un gruppo di Umiliate al secondo Ordine francescano. Pare che le sorelle abbiano professato la Regola di Urbano IV, anche se sono protagoniste in vari luoghi di fondazioni di monasteri dell’Osservanza nei quali i professerà la Regola di S. Chiara. Per noi è un po’ difficile comprendere tutto questo. Possiamo soltanto affermare on certezza che la comunità è seguita dai minori, anche prima del passaggio formale tra le Clarisse, ed entra pienamente nel linea spirituale dell’Osservanza. Tutte le notizie che abbiamo di questo monastero detto a volte “glorioso”, ne esaltano la vita spirituale, la comunione fraterna, la santa. Da Sant’Orsola nel 1439, per comando del generale dei minori, parte suor Felice leda per fondare a Pesare il monastero del Corpus Domini, dove muore in concetto di santità cinque anni dopo ed è venerata dall’ordine come beata. Ma ancor prima si muove un drappello i monache per una fondazione che avrà grandissima importanza per il cammino dei monasteri sorti sulla scia dell’Osservanza. Si tratta del monastero del Corpus Domini, detto poi di S. Paola, in Mantova, fondato nel 1420 da Paola Malatesta, moglie di Gianfrancesco Gonzaga, guidata da Bernardino da Siena sulle vie del Signore e desiderosa di promuovere l’Osservanza nella sua città. Gli inizi sono animati dall’abbadessa Franceschina da Giussano proveniente con alcune sorelle da Sant’Orsola e venerata come beata dall’ordine. Questa comunità di Sorelle Povere, voluta e sostenuta dalla famiglia Gonzaga, soprattutto dalle donne di questa casata che saranno sempre grandi amiche delle monache di S. Chiara, è caratterizzata da una grande santità e attira fortemente le giovani sulla scia dei santi d’Assisi e del loro araldo Bernardino. Presto da S. Paola un gruppetto di sorelle si reca a Ferrara, dove sta sorgendo tra tante difficoltà un monastero che vuole abbracciare la Regola di S. Chiara, in cui l’anima e l’ispiratrice è Caterina da Bologna, la dolce santa e mistica che ha avuto dalle sorelle di Mantova le linee fondamentali della forma di vita clariana. Dal Corpus Domini di Ferrara nascerà poi quello di Cremona, detto di S. Chiara novella, e quello di Bologna. Da Mantova partirà pure l’iniziativa di una direttiva comune per i monasteri sorti sulla scia dell’Osservanza, che darà origine al commento sulla Regola di Giovanni da Capestrano, composto da lui stesso o, secondo altri, da un altro frate minore che segue le sue indicazioni. Abbiamo voluto fermarci un momento su questo monastero mantovano perché ha una grande importanza in quella meravigliosa fioritura dell’ideale di santa Chiara, vissuto con le caratteristiche delle donne del ‘400, spesso nobili e cresciute nelle varie piccole “corti” rinascimentali di cui è costellata l’Italia delle signorie, che ha pervaso la penisola sulla scia della predicazione degli Osservanti. È importante meditare attentamente sull’adattamento della regola della Santa vissuto in pieno Rinascimento con grande fedeltà alle sue ispirazioni, per scoprire come attualizzare la sua “forma di vita” in questa fine del secondo millennio. Sull’onda portata dallo Spirito ci spostiamo a Bergamo dove nel 1434 circa, da un gruppo di donne accese dall’ideale serafico e infiammate dalla calda parola di Bernardino da Siena sorge il monastero di S. Maria delle Rosate. Il Santo senese in una predica farà un pubblico elogio di queste sorelle, che non esita a paragonare a Chiara per la loro santità, per l’abbandono fiducioso alla provvidenza in cui vivono la povertà altissima voluta dalla Regola della Santa. Intanto a Milano un gruppo di Umiliate che forse hanno professato la Regola di S. Agostino, anche se è molto difficile dire esattamente quale configurazione giuridica abbiano, assistite dai minori osservanti e desiderose di vivere come le Sorelle Povere, dopo varie peripezie e sofferenze, nel 1445 professano la Regola di S. Chiara . dando origine al Monastero di S. Chiara. E una realtà molto bella che fiorisce con la cura amorosa degli Osservanti fino a superare presto il numero di 100 monache! La povertà altissima è vissuta con l’ardore e lo slancio di chi vuoi somigliare a Cristo povero, ma rasenta spesso la miseria. La comunità è soccorsa delicatamente da Bianca Maria Visconti, grande amica e benefattrice, che l’abbadessa Felicita non esita a chiamare “dolcissima madre”. Vi dimorano numerose figlie della nobiltà milanese che, proprio per contrasto con il lusso delle loro case, cercano la povertà austera e la mistica comunione con il Dio trino. Anche Brescia, infervorata dalla predicazione dell’osservante Alberto da Sarteano e per suo diretto interessamento, nel 1446 ha il suo monastero di Sorelle Povere con «la Regola di S. Chiara, che ha inizio con 55 donne bresciane e sarà chiamato: S. Chiara nuova. Nello stesso periodo a Milano un altro gruppo di Umiliate ascoltando la predicazione di S. Bernardino passa all’Ordine di S. Chiara professando la Regola di Urbano IV nel 1447. Pare che l’esistenza di proprietà dalle quali è impossibile liberarsi abbia condotto queste sorelle, spiritualmente guidate dagli osservanti e quindi affini al loro spirito, a farsi urba-niste, perché cause esterne indipendenti dalla loro volontà impedivano di abbracciare la Regola di S. Chiara. A nostro avviso deve essere stato questo motivo a condurre alla stessa scelta la comunità di S. Orsola. Il monastero, che ha avuto il dono di un aiuto spirituale diretto da parte del Santo senese, si chiamerà S. Bernardino e il popolo aggiungerà: “alle monache”. In diversi luoghi si trovano gruppi di terziarie viventi in comunità, a volte anche con clausura, che passano alla Regola di S. Chiara: S. Bernardino a Vogherà (1452 o 1492); S. Chiara a Vigevano (1458); S. Chiara nuova a Lodi (1459); S. Chiara dell’Osservanza a Pavia (1465); S. Maria del Gesù a Milano (1469). A Martinengo, per volontà dei coniugi Colleoni (si tratta del famoso condottiero), sorge nel 1479 il monastero di S. Chiara, animato inizialmente da alcune sorelle provenienti dalla comunità delle Rosate in Bergamo. Sul finire di questo secolo e agli inizi del ‘500 sorgono diversi monasteri, in gran parte da comunità esistenti, che non si possono generalmente più ricondurre nell’alveo del movimento dell’Osservanza, anche se in alcuni casi sono guidati spiritualmente dai frati di questa obbedienza. Si tratta di S. Chiara a Mortara (1482); S. Chiara a Legnano (1492); S. Chiara a Asola; S. Chiara a Castelleone (1497); S. Pietro a Treviglio (1498); S, Chiara a Varese (1499); S. Chiara a Casalmaggiore (1504); S. Chiara a Vogherà (1508); S. Chiara a Orzinuovi (1509); S. Marta a Brescia (1504): S. Maria della Pace a Cremona (1516); S Antonio di Padova a Milano (1519); S Rocco a Rivarolo Mantovano (1527). Al di là dei dati, che indicano il desiderio di donazione di tante donne lombarde, ci interessa sottolineare la freschezza del cammino spirituale vissuto nella prima metà del ‘500 sulla scia del fermento evangelico dell’Osservanza. Ci è possibile scoprire qualcosa del clima fraterno e mistico che vivifica le comunità attraverso un documento prezioso: si tratta delle “Revellationi della B. Caterina alla B. Giulia da Milano”. L’ambiente in cui lo scritto nasce è quello del monastero milanese di sant’Orsola. Qui dal 1512 fino al 1541 suor Giulia, chiamata in alcuni documenti Tornielli e in altri più numerosi Gonfalonieri, ha affidato alla carta l’oggetto dei suoi colloqui mistici in cui figura come in-terlocutrice S. Caterina da Bologna. Non ci interessa tanto sapere se si tratta di vere visioni o di un artificio letterario. Quello che conta soprattutto è il contenuto del testo il quale rivela nella scrittrice, non solo un’intensa e semplice esperienza mistica fondata sulla Parola pregata nella liturgia, secondo la più genuina spiritualità clariana, ma anche una notevole cultura teologica nella linea francescana. La monaca milanese dimostra di conoscere non solo la cristologia bonaventuriana, ma anche quella scotista. Per lei le affermazioni dei maestri francescani non sono concetti teorici, ma rientrano nella sua profonda esperienza. Inoltre la vena fresca e spontanea della scrittrice, dotata di un simpatico senso dell’umorismo, apre significativi spiragli sulla vita di una comunità serenamente donata in cui si respirano le caratteristiche più autentiche della fraternità. Non pare proprio di dover pensare che suor Giulia sia un’eccezione: il suo modo di esprimersi rivela anzi qualcosa di abituale nel suo ambiente, dove è protagonista non secondaria. Si notano in lei le componenti tipiche della ;ente lombarda: profonda fede e intensa laboriosità. È una contemplativa che vive alla presenza del Signore Gesù Cristo anche tra le pentole, mentre la sua vita è candita e segnata dall’anno liturgico, dalle sue feste e dai tempi forti. Anche questo è molto interessante” in un periodo che ha scarso senso liturgico e si avvia verso riforme che allontaneranno dalla Liturgia e dalla Scrittura, fonti della spiritualità della B. Giulia, che è quella delle Sorelle Povere, come la conosciamo dagli altri scritti a lei contemporanei o di poco precedenti.

La spiritualità post-tridentina

Alla sua morte sta per iniziare a Trento il concilio che segnerà il cammino dei monasteri. Una nuova mentalità infatti viene creandosi in contrapposizione alla riforma protestante: per reazione ha dato origine alla controriforma la cui voce più autorevole scaturirà proprio dalle disposizioni tridentine. All’interno delle comunità monastiche la nuova corrente spirituale arriva con un certo ritardo e spesso è subita come un’imposizione dell’autorità religiosa. Il periodo che segue il Concilio si può considerare, soprattutto a Milano, ma anche nel resto della Lombardia e oltre i suoi confini, come il tempo di S. Carlo. Il Borromeo, che è uno dei maggiori artefici di quell’assise conciliare, ne è anche uno dei più grandi esecutori, specialmente nel ca-poluogo lombardo di cui è arcivescovo. Egli vuoi introdurre in ogni monastero le rigide disposizioni sulla clausura stabilite per le monache, con doppie grate formate di fori piccolissimi che impediscono di essere viste e altre precauzioni di vario tipo le quali portano con sé la scomunica per i trasgressori. Sono leggi minuziose che scendono a particolari per noi impensabili, come la distanza degli alberi dai muri di cinta. I rapporti con l’esterno sono ridotti al minimo. Le memorie dei monasteri che ricordano le visite del Cardinale in cui impone le disposizioni conciliari, mandando personalmente i fabbri per eseguire i lavori, manifestano lo sgomento di queste donne rinchiuse, ma abituate a un clima sereno non di sospetto, che non intendono la clausura come isolamento totale, ma come luogo dell’incontro con il Diletto. La cronaca della comunità di San Bernardino riporta un’espressione che indica il sentire comune di fronte agli incontri con colui che dovrebbe rivelarsi pastore e padre: “con grandissimo terrore”. La differenza di mentalità porta turbamento nei cuori di persone semplici e profondamente libere, abituate a un’obbedienza senza riserve a chi rappresenta l’autorità papale, nonostante siano cresciute nell’esenzione che le ha sottratte dalla diretta dipendenza dei vescovi, e in un rapporto di fraterna e docile collaborazione con il primo Ordine. Questo dato non toglie nulla alla grandezza e alla santità di S. Carlo, che è figlio del suo tempo e convinto di incrementare la vita santa di i donne animate da un’altra spiritualità, che noi sentiamo più vicina della sua a quella ‘ della nostra epoca. Quando parliamo di clausura e di una certa mentalità legata a disposizioni minuziose, oltre che a barriere architettoniche tali da rendere impossibile una vita liturgica degna di questo nome, non dobbiamo dimenticare che siamo eredi di questo modo di intendere la vita nel monastero, tale da trasformare chi vi abita in “claustrale” semplicemente. Nelle comunità di antica fondazione questo “nuovo” modo di concepire l’abitare rinchiuse fatica a penetrare e forse è soltanto sul subito durante tutto il ‘500. Non sono semplicemente supposizioni, perché in questo periodo si succedono nei monasteri i visitatori e canonici chiesti da S. Carlo per verificare sollecitare l’applicazione delle norme tridentine. Ma il Signore che veglia su coloro chi confidano in Lui, muove il cuore del Papa a inviare con tale incarico dei minori osservanti: i più idonei a comprendere l’animo delle Sorelle Povere e a incoraggiarle nel cammino. Dalle loro relazioni, in cu: mettono in luce la bellezza della vita contemplativa e fraterna delle Clarisse, si intuisce la loro calda partecipazione alla sofferenza di tante donne di Dio costrette ad assumere una visuale della loro realtà nella chiesa che contrasta con lo spirito da cui sono animate. Si tratta di un periodo di “prova”, in cui il portare la croce con lo Sposo assume caratteristiche impensabili, perché sono proprio i suoi ministri a condurre verso strade così diverse da quelle abbracciate. Negli scritti clariani del ‘400 e del ‘500 non c’è infatti nessun riferimento alle norme giuridiche sulla clausura, -nessuno “scrupolo” sulle disposizioni della Chiesa e nemmeno un vago riferimento a una spiritualità incentrata su questi aspetti materiali. All’inizio del XVI secolo una Sorella Povera scriverà in una lettera a un’altra Clarissa: “stabilisci perpetua clausura nel petto di Cristo”. È questo infatti il senso profondo dell’abitare rinchiuse: un amoroso inabissarsi nel Cuore di Colui che ci ha amato fino al dono totale di sé, tale da rendere conformi a Lui. Gli aspetti esterni: muri, grate, modalità dei rapporti con i visitatori sono secondari e in funzione della comunione mistica con lo Sposo. Ora, invece, ci sono scomuniche per ogni minima infrazione e i rapporti con ‘esterno sono guardati con sospetto: la monaca santa è quella che non vede più nessuno e non è più vista! Quest’ottica, che caratterizza le visite di S. Carlo ai monasteri, non gli impedisce però di sentire il buon odore di Cristo, di espirare quell’atmosfera di santità alla quale egli è particolarmente sensibile e che paradossalmente è resa più elevata proprio dalla volontaria oblazione offerta al padre dalle sorelle, nell’accettare quello che non comprendono, ma vogliono vivere, perché l’obbedienza è il vertice della povertà e le unisce allo Sposo Crocifisso. Diverso è il caso delle realtà che sorgono in questo periodo e assumono spontaneamente una mentalità che è nell’aria, tolto più comune tra il popolo di Dio le nei chiostri, dove l’onda dei cambiamenti arriva sempre un po’ più tardi, anche se spesso ha un effetto più durevole. Mentre a Trento il Concilio è immerso nella sua opera di riforma della chiesa, che porta con sé anche i cambiamenti in parte visti per i monasteri (senza voler con queste note sminuire la portata di quella grande assise, non ancora interamente approfondita), a Lovere un gruppo di giovani donne animate dai frati minori osservannti da’ vita a un monastero che viene eretto canonicamente nel 1549. Le sorelle professano la Regola di Urbano IV e ricevono presto minute indicazioni, di cui si conservano a tutt’oggi i manoscritti originali, sulle modalità della clausura. La comunità è animata da grande fervore e sul finire del secolo conta già una trentina di sorelle la cui fama di santità si diffonde sulle rive del lago e nei paesi vicini.

Le Clarisse Cappuccine

Nel frattempo dal vigoroso tronco francescano era spuntato un altro virgulto: una nuova famiglia di frati minori caratterizzati all’inizio da un’intensa vita eremitica con un’accentuazione penitenziale e una grande povertà materiale, che diventeranno presto famosi predicatori e difensori della fede cattolica. Saranno chiamati Cappuccini. Come logica conseguenza sorge presto il ramo femminile: così nel 1535 M. Lorenza Longo fonda a Napoli il primo monastero di Cappuccine, con la Regola di S. Chiara e le Costituzioni di S. Coletta (1380-1435), che a sua volta è grande rinnovatrice della vita Clariana. Di lei non parliamo perché la sua opera tocca la Lombardia soltanto attraverso il nuovo ramo di Clarisse. A Milano giungono nel 1579 per diretto interessamento di S. Carlo. Egli sente naturale sintonia verso queste monache austere che non hanno difficoltà ad accogliere il suo modo di intendere la clausura. C’è poi un altro aspetto che spiega il favore del Cardinale: i Cappuccini rifiuteranno categoricamente di assumersi la cura delle monache, così esse saranno sempre affidate ai vescovi. È una novità che si farà strada soprattutto nel ‘600 e sarà gravida di conseguenze. Separare i monasteri dall’ordine maschile comporta un danno reciproco per l’aiuto scambievole che sono chiamati a donarsi in nome della comune spiritualità, soprattutto rischia di staccare completamente le sorelle da quelle linee carismatiche che in passato venivano assunte specialmente attraverso la predicazione e la direzione spirituale. Si corre li rischio, non solo tra le Cappuccine, di avere una generica formazione alla vita claustrale e contemplativa alimentata in gran parte dalla conoscenza di maestri appartenenti ad altre correnti spirituali, con preminenza della linea carmelitana. D’altra parte il nuovo stile affievolisce l’esenzione, che poneva i monasteri alle dirette dipendenze della Sede apostolica e ora di fatto viene in parte sospesa perché la loro cura è affidata all’ordinario. Tornando all’arrivo delle Cappuccine a Milano dobbiamo aggiungere che il gruppo sorto nella capitale lombarda, costituito da 18 giovani desiderose di abbracciare il nuovo stile monastico, viene formato da sette sorelle provenienti da Perugia. Il monastero prende il nome di S. Prassede che è il titolo cardinalizio di S. Carlo. Nel 1584 sorge a Lodi il monastero di S. Margherita, detto poi dell’Immacolata; nel 1585 a Milano è eretto quello di S. Barbara, voluto da S. Carlo ma realizzato dal suo successore sulla cattedra di Ambrogio; nello stesso anno sorge quello di S. Croce , a Bergamo che avrà qualche difficoltà prima di ottenere la clausura papale. Nel 1586 viene eretto a Brescia il monastero di S. Maria ad Nives fondato da Graziosa Benzetti che, dopo un colloquio con S. Carlo Borromeo avvenuto nel 1580, si era sentita mossa dal Signore a iniziare nella sua casa con due compagne uno stile di vita penitente come quello delle Cappuccine. Aumentando in breve tempo il numero delle sorelle, vengono adattate a monastero alcune case e ha inizio una luminosa realtà capace di irradiare luce in tutta la città. Nascono poi quello del SS. Sacramento o di S. Franca a Pavia (1589); della SS. An-nunziata a Crema (1594); di S. Tommaso a Cremona; S. Maria di Loreto (1655.) e S. Maria degli Angeli (1665) a Milano; S. Maria della Concezione (1655) a Mantova; S. Chiara (1670) a S. Angelo Lodigiano; S. Carlo (1675) a Como; S. Maria degli Angeli (1694) a Capriolo. Ma nel diciassettesimo secolo abbiamo JJ ancora fondazioni di monasteri di Clarisse non Cappuccine come quello di S. Orsola a Mantova fondato da Margherita Gonzaga per giovani desiderose di rispondere alla chiamata religiosa nel monastero, ma prive della dote divenuta obbligatoria con le disposizioni tridentine. La comunità è molto amata dalle nobildonne di casa Gonzaga che la arricchiscono di opere d’arte, ma pensano anche a favorire la vita di preghiera facendo costruire delle grotte per le ore di solitudine orante. Sorge pure il monastero di S. Chiara e S. Orsola a Codogno (l6l5) e ancora quello di S. Chiara a Gambolo (1685); poi S. Chiara a Soresi-na (1687). In tutti questi luoghi totalmente separati dalla vita cittadina, nel ‘600 vivono numerose donne i cui nomi sono rimasti nei polverosi archivi di stato, che hanno raccolto i documenti di un passato sul quale è difficile indagare. Ma in quei freddi elenchi sono racchiuse storie di santità, spesso riconosciuta dalla Chiesa, molte volte consumata nel silenzio e nota a Dio solo. Vorremo fermarci su tanti percorsi simili, ma sempre diversi perché segnati dalla personalità di ogni sorella. Non è possibile, ci sembra però di poter affermare che nel secolo del barocco e della dominazione spagnola i monasteri che portano avanti nel modo più rispondente alla spiritualità dell’epoca, e perciò più capace di attirare da un lato ragazze desiderose di una risposta radicale e dall’altro i religiosi del tempo che le seguono nella direzione spirituale, sono quelli delle Cappuccine. Ciò non toglie nulla alla santità e alla capacità di continuare nella linea evangelica abbracciata da parte di molte comunità sorte nel solco dell’Osservanza, con la Regola di S. Chiara o con quella di Urbano. Agli inizi del ‘700 le vicende storiche allontanano dal milanese e da una parte della Lombardia gli spagnoli, che lasciano una situazione di grande degrado civile e culturale, ma la regione non acquista la libertà: passa infatti sotto il dominio austriaco che sul finire del secolo si estenderà anche all’ormai decadente Repubblica di Venezia. L’Europa è pervasa dal vento dell’illuminismo e del giansenismo che raggiunge anche le nostre terre: le nuove idee che da un lato esaltano la ragione e dall’altro promuovono una sorta di puritanesimo capace di insinuarsi sotto varie forme nella vita religiosa, penetrano prima nel bresciano e si diffondono in un secondo tempo nel milanese, dove sono arginate dal fiorire degli studi storici, promossi soprattutto dal Muratori. Un certo “angelismo”, che non sa più riconoscere la dimensione concreta del peccato personale, si insinua anche nei monasteri: è difficile in questo periodo trovare sorelle che sappiamo esprimere con schiettezza i propri difetti, ci si trova di fronte a descrizioni generiche sulla propria condizione di “peccatrici”. Quando poi altri scrivono o depongono ai processi, non si riesce a scoprire la persona nelle sue caratteristiche, perché viene presentata santa fin dalla nascita! Questo clima va tenuto presente nel guardare il cammino delle fraternità. Vogliamo fermarci soltanto su una che ci sembra particolarmente significativa: quella delle Cappuccine di Brescia. Senza dubbio sulla serenità di un ambiente povero con un ritmo di vita simile a quello della gente dei campi, semplice e privo di fronzoli, in cui la fede forte è il respiro di un quotidiano accompagnato dalla fatica spesso rude, incide la realtà concreta di una società civile improntata a una certa tranquillità, anche se i predicatori non si stancano di inculcare quel terrore dell’inferno che è la loro arma principale per invitare alla conversione. Ci è dato di conoscere un po’ meglio la comunità di S. Maria a Nives perché qui sul finire del ‘600 e nella prima metà del ‘700 è vissuta suor M. Maddalena Martinengo, nobile bresciana che ha voluto abbandonare tutto e si è sentita chiamata dal Signore a entrare nell’ordine più povero, più “contadino” come modi ed educazione. La beata è la tipica esponente della spiritualità del suo tempo. Dotata di vasta cultura, è impregnata della mistica carmelitana, attinta soprattutto da san Giovanni della Croce e dal beato Giovanni di S. Sansone, che si intreccia dentro di lei con caratteristiche tutte francescane di letizia e di fraternità. È una penitente eccessiva e incomprensibile alla nostra mentalità, ma non dobbiamo giudicarla secondo i nostri criteri: è infatti soltanto l’Amore che da senso al suo vivere. Non possiamo soffermarci a lungo sulla fisionomia spirituale di questa grande mistica, ci basta qui sottolineare che all’intensa preghiera, soprattutto notturna, unisce una laboriosità instancabile che infonde nelle sorelle, attingendo soprattutto dall’esempio di santa Caterina da Bologna che le è familiare. Ha assunto pienamente la mentalità che vede la clausura come isolamento, questo non le impedisce però di diventare punto di riferimento per molte persone che accorrono al monastero. Il che accade quando le viene affidato l’incarico di “rotara”, cioè di accogliere attraverso la “ruota”, quindi senza essere vista, coloro che vengono per chiedere preghiere, un consiglio spirituale, o anche per portare qualcosa. La voce, che dolcemente risponde con brevità e con la sicurezza .nata dal colloquio abituale con il Signore, infonde coraggio e volontà di essere fedeli alla vocazione cristiana. Così si diffonde molto presto la fama di questa donna rinchiusa e molti passano da quella ruota! Comprendiamo così che l’Amore non teme le barriere e quando si vive di Lui, la testimonianza trova modo di diffondersi. Viene in mente una parola di Paolo VI: se siete fedeli alla vostra vocazione, le mura del monastero sono di cristallo! La Martinengo non è un’isolata. Vive in una fraternità permeata di valori evangelici, alla quale a sua volta da un impulso notevole soprattutto come formatrice delle giovani che vengono al monastero attratte dall’ideale ciarlano. Tra queste emerge suor M. Nazarena Sandri, non perché si fa notare, anzi la sua umiltà la porta a na-scondersi sotto il velo di quella “regolare osservanza” che è l’impronta particolare della vita religiosa nel ‘700, ma per la sua sapienza spirituale trasmessa semplicemente alle novizie. Possiamo dire che [ suor M. Maddalena è la mistica capace di tradurre in un linguaggio “teologico” la sua esperienza, mentre la sua discepola lascia a mala pena intravedere qualcosa del profondo colloquio con il Diletto in un conversare fatto di brevi massime che ricordano i libri sapienziali della Bibbia. Due donne vissute nello stesso ambiente e per un certo periodo contemporaneamente si completano a vicenda nel darci il quadro di una comunità di Cappuccine del XVIII secolo, che in pieno illuminismo manifestano la loro singolare personalità femminile e cristiana, non livellata dalle caratteristiche comuni di una vita in cui tutto si svolge nel silenzio, compiendo insieme gli stessi gesti. Abbiamo voluto fermarci un po’ su questo monastero che conosciamo meglio grazie appunto agli scritti delle due Clarisse più significative che l’hanno abitato. M si potrebbero dire molte cose anche delle altre comunità che proseguono il loro cammino. Nel ‘700 in terra lombarda veri gono fondati ancora due monasteri e Cappuccine: quello di S. Croce a Lonato (1707) e quello dell’Immacolata Concezione a Castiglione d’Adda (1747).

La vita che continua

Ma c’è una comunità che miracolosamente e provvidenzialmente, al fine di non spegnere del tutto la lampada della vita clariana nella terra lombarda, riesce a sopravvivere: è quella di Lovere. Qui le truppe napoleoniche giungono l’il luglio 1798 e fanno letteralmente sloggiare le sorelle che, smarrite ma fiduciose nell’aiuto del Signore, riescono ad andare ad abitare insieme in una casa vicino al lago. Il non essersi disperse, per un insieme di circostanze favorevoli, è stato il principio della loro salvezza. L’ora è piena di sofferenza e di incertezza per un futuro che nulla promette di buono, ma “i vincoli della carità” tengono unite le sorelle che cercano di vivere per quanto è possibile il consueto ritmo quotidiano di preghiera e di lavoro. È l’inizio di una lunga tribolazione che ha fine il 7 agosto 1817, quando viene concesso alla comunità di tornare nel suo monastero, a condizione di aprire un educandato per le ragazze e soddisfare così a quell’esigenza di utilità pubblica voluta dal governo austriaco, tornato a dominare in Lombardia dopo la caduta di Napoleone. Tra le giovani formate alla vita civile e religiosa tra queste mura c’è anche Bartolomea Capitanio, che fonderà le Suore della carità, dette di Maria Bambina, e che la Chiesa venera come santa. Questa esperienza che esula alquanto dalla vocazione delle Sorelle Povere, si concluderà nel 1865, quando la comunità potrà tornare all’ideale primitivo. Nel frattempo è chiamata a collaborare alla nascita di un nuovo monastero nei pressi di Bergamo: la nobile Maria Poloni Astori desiderava ardentemente fondare una comunità di Clarisse nella sua città. Lo zio sacerdote, suo tutore, la costituisce erede, lasciandole anche l’antica abitazione in Boccaleone, alle porte di Bergamo, in cui la giovane sogna di realizzare il monastero. L’amicizia con suor Cecilia, bergamasca divenuta Clarissa a Lovere, le consente di muoversi nella direzione giusta per fare tutti i passi necessari presso le autorità civili e religiose. Il cammino è lungo e nell’attesa Maria si dedica all’istruzione delle bambine, superando nella fede le varie prove, tra cui un’epidemia di colera, la morte del confessore e della stessa sr. Cecilia avvenuta nel 1840. Ma il cammino verso la fondazione non si ferma, perché la comunità di Lovere incarica un’altra sorella di continuare l’opera di colei che fino a questo momento ha avuto a cuore la sua realizzazione. Finalmente, ultimata la ristrutturazione dell’edificio, il monastero è ufficialmente eretto nel 1847 con 13 aspiranti pronte ad abbracciare la vita delle Sorelle Povere. Da Lovere vengono due madri come abbadessa e maestra delle novizie. Il 9 dicembre 1850 la Poloni, che ha assunto il nome di suor Maria Chiara, con altre due sorelle professa solennemente la forma di vita delle Clarisse. Al termine del triennio le due loveresi tornano al loro monastero e la fondatrice viene eletta abbadessa della comunità che continuerà a guidare fino alla morte avvenuta nel 1865. Ci troviamo di fronte a una donna caratterizzata da grandi doti umane, da una fede incrollabile e da una profonda maternità riversata su tutte le sorelle negli anni fervidi e austerissimi degli inizi. Le due fraternità in tutto 1’800 portano avanti il carisma di Chiara secondo le caratteristiche tipiche del loro tempo: l’osservanza regolare definita nei minimi dettagli, l’aspetto penitenziale e ascetico fortemente marcati, il silenzio vissuto con attenzione puntuale e quasi scrupolosa, la continua preghiera alimentata da numerose giaculatorie e altre devozioni particolari, una laboriosità intensa e senza soste, tale da coprire ogni istante non occupato dalla preghiera. Tutto è compiuto nell’intimo, indicibile amore del Diletto che si rivela nella trasparenza dello sguardo, nella luminosità del volto: manifestazione della segreta bellezza di chi non si appartiene.

Il XX secolo

Nel 1900 una nuova presenza clariana viene ad aggiungersi nella terra bergamasca. A Venezia le Cappuccine, fondate dalla Madre Lucia Ferrari, si trovano in gravi difficoltà per uno sfratto e non sanno più dove andare. Accolgono perciò volentieri l’ospitale offerta che giunge da Capriate d’Adda, dove le 14 sorelle che compongono la comunità trovano inizialmente una sistemazione provvisoria. Nel 1902 entrano nel nuovo monastero dedicato a S. Giuseppe. La prima metà del nostro secolo, pervasa da grandi rivolgimenti sociali, dalla dolorosa sequela di due guerre mondiali, non porta sostanziali cambiamenti nella vita povera e orante dei monasteri che ricevono nuovo impulso dalle Costituzioni Generali approvate ad experimentum nel 1930 e promulgate definitivamente dalla Santa Sede nel 1940: sono il primo tentativo di dare direttive comuni alle comunità sparse nel mondo, senza collegamenti tra loro, e ecclesiasticamente legate in qualche modo ai frati minori19. Le due fraternità lombarde sono affidate alla cura dei vescovi diocesani, con un rapporto con il primo Ordine attraverso l’assistenza spirituale dei Cappuccini. Nell’aprile del 1944, in piena guerra mondiale, mentre ancora non si intravede la fine di un’immane tragedia, ma nei cuori dei fedeli abita la speranza, un gruppetto di Sorelle Povere lascia il Protomonastero di Assisi e dopo un viaggio avventuroso raggiunge Milano per rispondere al desiderio dei frati minori lombardi di riavere finalmente nella città di Ambrogio una fraternità di Clarisse che continui la splendida tradizione milanese, ponendosi in continuità ideale con il monastero di S. Chiara che sempre ha professato la Regola di S. Chiara ed è rimasto fino alla fine affidato alla cura dei minori osservanti. Si tenta anche di riscattare l’edificio in cui visse quella comunità, divenuto in seguito sede del Monte di Pietà. Manca però la possibilità di avere un orto, un polmone verde indispensabile alla vita delle sorelle rinchiuse, così il sogno viene abbandonato e il piccolo gruppo delle fondatrici trova una dimora provvisoria in una villa di via Buonarroti. Prima di avere un proprio edificio, la comunità, che molto presto cresce per l’arrivo di giovani desiderose di seguire il Crocifisso Povero sui passi di Chiara, deve peregrinare a lungo in abitazioni provvisorie, sorretta dalla paterna sollecitudine del Card. Schuster, lieto di veder fiorire nella sua diocesi l’ideale ciarlano. Egli incarica il sacerdote don natale Motta di cercare per le Clarisse una casa, quando sono sfrattate dalla villa in cui hanno iniziato il cammino. Nel 1953 la costituzione apostolica “Sponsa Christi”, di Pio XII, apre nuove prospettive ai monasteri dando vita alle federazioni, che li toglieranno dall’isolamento e porteranno le varie comunità a collaborare insieme soprattutto nell’ambito della formazione e nell’aiuto prestato dalle fraternità più numerose a quelle in difficoltà per l’esiguo numero di sorelle e l’età avanzata. Nel 1955 nasce la federazione “Immacolata Concezione” tra le Clarisse affidate alla cura spirituale dei frati minori, che unisce le comunità del Piemonte, della Liguria e della Lombardia. I tre monasteri lombardi sono particolarmente fiorenti e saranno chiamati spesso a offrire generosamente sorelle ad altre comunità. Nel 1958 le sorelle milanesi si stabiliscono finalmente nel nuovo monastero sorto per interessamento dei frati minori a Gorla, in una zona periferica dove, accanto ad abitazioni popolari, ci sono larghi spazi di verde, molto presto occupati da palazzi che circondano da ogni lato la piccola oasi delle piante secolari del giardino, già appartenuto a una villa. Così, quella che appariva inizialmente una dimora isolata, è divenuta in realtà un silenzioso luogo di preghiera immerso in un quartiere pulsante di vita e parte integrante della città, il cui centro si è fatto vicino con la costruzione della metropolitana. Nel 1964 sono le sorelle di Bergamo a trasferirsi a causa di un esproprio dovuto ai lavori per la costruzione dell’autostrada. In settembre entrano nel nuovo monastero che sorge nella stessa zona e rappresenta una splendida realizzazione di arte moderna francescana, erede di quel senso della bellezza che accompagna i luoghi legati alla memoria del Poverello, in cui povertà e semplicità si sposano con l’armonia delle forme.

Nel rinnovamento conciliare

Intanto è iniziato il Concilio, il cui movimento innovatore non viene recepito subito nei monasteri, che pregano incessantemente per il buon esito di questa grande assise ecumenica. Nel 1966 inizia un cammino di revisione delle Costituzioni Generali che coinvolge per la prima volta tutte le Sorelle Povere chiamate a riflettere sulla propria “identità” e spiritualità, sulla scia del rinnovamento e aggiornamento proposto dal “Perfectae Caritatis” per tutti i religiosi. Ci si trova così in piena sintonia con quella radicalità evangelica che emerge dai documenti conciliari ed è il perno dell’osservanza del santo Vangelo”, cuore della spiritualità francescana. La riforma liturgica riconduce alle origini di una contemplazione nata dalla Parola pregata nella liturgia, che traspare dagli scritti di Francesco e di Chiara, i quali sempre più costituiscono il fondamento del cammino e della formazione clariana, soprattutto dopo la pubblicazione delle Ponti Francescane, che hanno segnato la vita delle nostre fraternità consentendo di approfondire sempre più le “radici”. La riflessione ha condotto naturalmente alla riscoperta del carisma originale nella Regola di S. Chiara, portando pian piano al passaggio delle comunità (di Lovere prima, poi di Bergamo), nate urbaniste, alla forma di vita scritta dalla stessa Pianticella di Francesco. Per le sorelle loveresi questo è avvenuto nel 1975, dopo due anni di permanenza a Darfo durante i lavori di ristrutturazione del monastero che gli hanno dato funzionalità e possibilità di attuare nel migliore dei modi la vita liturgica, con una nuova cappella in sostituzione di quella antica costruita secondo le disposizioni del Concilio di Trento, le quali impedivano praticamente la partecipazione alla celebrazione eucaristica. Il nuovo però ha rispettato le linee antiche delle bellissima costruzione con i suoi ampi corridoi dai soffitti a cassettoni e la loggia affacciata sul lago. Nel frattempo una nuova presenza clariana è venuta ad inserirsi nel contesto lombardo: si tratta del monastero Immacolata Concezione delle Cappuccine di Brescia. La costruzione dell’edificio con una cappella in cui si conservano le reliquie della beata M. Maddalena Martinengo, è nata dal desiderio di continuare a godere della luce diffusa sulla città dalle sorelle di S. Maria ad Nives. Nel 1969 una comunità di Cappuccine si trasferisce qui dall’Emilia, portando con sé la sua storia e la memoria di un vitale inserimento nella realtà locale. Nel 1987 si realizza finalmente a Mantova il desiderio a lungo accarezzato da diverse persone, che spesso non sapevano nulla l’una dell’altra, di avere nuovamente in città un monastero di Clarisse che continuasse la lunga tradizione, ricca di santità e di benefico influsso spirituale sui fedeli, delle diverse comunità che hanno caratterizzato la sua storia. Il cuore e la fede perseverante di Vittorina Gementi, che aveva bussato a tutte le porte per realizzare il suo sogno di vedere accanto alla sua “Casa del Sole” una comunità clariana, hanno ottenuto il superamento di tutte le difficoltà. Così un primo nucleo di sorelle provenienti dal Veneto (sarà infatti quella federazione a realizzare la fondazione per il legame con i frati minori che in Mantova attualmente appartengono alla provincia veneta) si stabilisce nella dimora provvisoria a S. Silvestro. Viene intanto costruito il monastero e un gruppo di sorelle giunge da Venezia, dove si rendeva necessario un trasferimento a causa delle condizioni dell’edificio. La vicinanza della fraternità a un luogo che accoglie bambini segnati dalla sofferenza non limita gli orizzonti di una vita chiamata a consumarsi per tutti gli uomini, ma dilata i cuori nell’accoglienza di ogni realtà di dolore e di prova di cui la nostra società del benessere è pervasa. Ancora nella terra bresciana nasce il desiderio di una comunità di Clarisse che animi con la sua preghiera la valle Camonica, divenendo luogo di accoglienza per cui vuoi fare esperienza di momenti di silenzio e di intensa vita liturgica. La chiesa locale si preoccupa anche della costruzione di un piccolo monastero a Bienne dove nel 1988 vengono ad abitare 6 sorelle di Lovere per dar vita a una fraternità che testimoni ai fratelli le meraviglie dell’Amore di Dio.